Politica e istituzioni · Politica e rappresentanza
Il numero sulla testa e la crisi delle preferenze
Quando il valore politico coincide con i voti personali raccolti, rappresentanza, competenza e visione rischiano di diventare elementi secondari.
di Pierfrancesco Viti ·
Hai un numero sulla testa. Ed è per quello che ti cercano. Funziona così, da sempre.
C'è chi crede ancora che la politica sia il luogo delle idee, dei progetti, della visione. Ma nei fatti, soprattutto a livello locale e regionale, la politica gira attorno a un solo dato: quanti voti porti. Punto.
Il sistema delle preferenze, quello che ti fa scrivere il nome del candidato sulla scheda, ha smesso da tempo di essere strumento di democrazia. È diventato un metodo per perpetuare clientele, ricatti, cordate familiari, professionali e criminali. I Comuni e le Regioni sono pieni delle stesse persone o dei loro cloni: figli, amici, portaborse, compagni di partito o di affari.
Si candidano, si votano tra loro, si scambiano incarichi. E tu sei solo un ingranaggio: sei il tuo numero di preferenze. Non contano più la preparazione, l’onestà, la capacità di governare o di rappresentare.
Contano solo le cifre. Chi vale “100 voti” vale meno di chi ne porta “500”. Non importa come li ottieni.
Puoi aver fatto promesse, puoi aver garantito assunzioni, consulenze, contributi, incarichi. Oppure puoi aver pagato: esistono “professionisti” che vendono pacchetti di preferenze a tariffa. Tutti lo sanno.
Tutti fanno finta di niente. E adesso che si avvicinano le Regionali, la farsa si ripete. Sento candidati millantare futuri incarichi in Giunta (se non a livello di Governo nazionale), dire di essere già “pronti a governare” - manco le urne fossero una formalità - e promettere a chi li sostiene seggi, contratti, ruoli, trattamenti di favore.
Strade preferenziali per chi è “fedele” oggi, a scapito di chi ha solo competenze e buona volontà. È una corsa a chi illude meglio. Posso ancora citare l'esempio pratico (come molti miei concittadini lo ricorderanno) del caro e stimato Vito Plotino, sindaco d’altri tempi, esempio di coerenza e rigore.
Riuscì, da solo, con la sola forza delle idee e del coraggio, forse per la prima volta in Italia, a farsi eleggere sindaco con una sola lista del MSI. E in quella occasione - e anche nel suo secondo mandato - prese decine di migliaia di preferenze, perché la gente riconosceva in lui onestà, fermezza, visione. Anni dopo, si ricandidò come semplice consigliere.
Risultato? Poche centinaia di voti. Cosa vi fa pensare?
E allora la domanda è semplice: vogliamo davvero continuare a reggere questo gioco? Vogliamo ancora votare in base all’amico che ci chiede “una preferenza” o iniziare a pretendere liste serie, con candidati selezionati per ciò che sanno fare, non per chi riescono a raccattare? Io dico: basta preferenze.
PIERFRANCESCO VITI
Si votino le liste, si conoscano prima i progetti, i curricula, le visioni. Si limiti a due mandati la presenza negli enti locali. Si costruisca finalmente un sistema in cui chi governa non sia debitore di nessuno se non dei cittadini.
Un sistema dove la politica torni ad avere un nome: servizio, non mercato. Perché finché avrai un numero sulla testa, non sarai mai un cittadino. Sarai solo un voto da usare, contare, pesare.
E dimenticare. Essere bravi a raccattare voti non significa affatto avere il merito, le competenze o i valori necessari per ricoprire il ruolo a cui ci si candida. Cosi come saper costruire una rete di favori, promesse e convenienze non equivale a saper amministrare.
Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.