Pierfrancesco Viti Scritti di politica, diritto e tradizione

Società e costume · Merito e società

Il trionfo della mediocrità

Quando ogni gerarchia viene confusa con un privilegio, competenza e autorevolezza cedono il posto alla visibilità e al consenso occasionale.

di Pierfrancesco Viti ·

Il trionfo della mediocrità: ecco cosa ci ha lasciato l’illusione egualitaria C’erano una volta i medici che parlavano latino, gli avvocati che scrivevano in punta di logica. C'erano una volta i consiglieri comunali che venivano scelti per saggezza, per rango, per reputazione. Oggi, basta una manciata di voti - magari raccolti nei bar, nelle chat condominiali, o grazie alla promessa di un favore - e chiunque si trova seduto a governare ciò che non capisce, a decidere su ciò che non sa, a rappresentare ciò che non onora.

Com’è stato possibile? La risposta è tanto semplice quanto dolorosa: abbiamo abbattuto le élite nel nome di un’uguaglianza astratta, ipocrita, cieca alla realtà delle capacità. Le rivoluzioni, quelle osannate dai libretti scolastici e dalle piazze urlanti, non hanno portato alla libertà: hanno portato alla confusione dei ruoli.

Tutti “uguali”, quindi tutti “degni” - o meglio, tutti autoproclamatisi degni - di essere avvocati, medici, ingegneri, politici. Nessuna selezione naturale, nessuna gerarchia del merito: solo il numero. Voti contati come pecore, non teste pensanti.

Il risultato? Una classe dirigente che spesso non distingue un bilancio da una lista della spesa. Assessori alla cultura imbarazzanti che fanno difficoltà a mettere insieme due parole senza sbagliare congiuntivi.

Professionisti che collezionano titoli e corsi online, ma non padroneggiano né il pensiero né l’etica della loro funzione. È questo che resta dell’abbattimento degli ordini naturali e delle gerarchie fondate sul sapere, sul lignaggio culturale, sulla responsabilità. E c’è anche chi - già seduto in certi scranni per via di amicizie, cordate o clientele - si affretta a prendere una laurea online in fretta e furia, nel tentativo tardivo di darsi una parvenza di autorevolezza.

Come se il pezzo di carta, conquistato a posteriori e senza fatica, potesse compensare quella mancanza strutturale di statura intellettuale, di rigore formativo e di vocazione pubblica. Corrono a invertire il percorso: prima la poltrona, poi la laurea. Come se bastasse il titolo per legittimare l’impostura.

Il problema non è solo nella politica. Lo vediamo negli studi professionali, dove ci si presenta con lauree ottenute a fatica e senza una una preparazione adeguata o un briciolo di logica. Lo vediamo nei tribunali, dove l’impreparazione è coperta dall’arroganza e dove la toga è spesso indossata da chi non ha mai letto un classico giuridico.

Lo vediamo nei reparti ospedalieri, dove la diagnosi non nasce dalla competenza ma da protocolli copiati. Questo è il frutto delle rivoluzioni egualitarie nate a fine del XVII secolo. Una società dove nessuno sa più il proprio posto e non distingue più tra diritto allo studio e merito.

Dove chi vendeva bibite negli stadi si ritrova per mera logica elettorale a diventare Ministro degli Esteri. Dove la distinzione tra "chi può" e "chi non dovrebbe" è stata abolita in nome del “diritto” di tutti a essere tutto. Ma il risultato non è la libertà.

È la mediocrità. Il disprezzo per la nobiltà dello spirito ha partorito una nobiltà di cartapesta, che siede ai consigli comunali, legifera, prescrive, giudica, pontifica. E intanto la

PIERFRANCESCO VITI

società affonda, privata di ogni fondamento gerarchico, di ogni principio di selezione qualitativa.

Chi semina la retorica egualitaria raccoglie il caos. E nel caos la voce dei capaci si perde nel brusio di chi ha scambiato l’opinione per conoscenza, l’ambizione per diritto, la propaganda per verità. La decadenza non comincia con la povertà, ma con la rinuncia all’eccellenza.

E oggi, più che poveri, siamo tragicamente mediocri. Pierfrancesco Viti

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Testo tratto e rielaborato da una pubblicazione dell'autore. Apri la pubblicazione originale.

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